Il bellissimo racconto della “Nobile” scritto da Dario Marchini che ringrazio per le stupende parole.

A volte il sacrificio ti ripaga.

Unire corsa e viaggio. Quello che facciamo. Ma quando poi trovi una gara come La Nobile di Montepulciano tutto vien più facile. Tanto dura quanto bella. Affascinante e ben organizzata. Quello che qualsiasi altra corsa dovrebbe essere nella sua normalità. Se avessimo dovuto decidere un percorso per visitarla di corsa da piedi a cima, non avremmo saputo fare di meglio. Ed infatti è anche stato quello a cui ci siamo deidicati ieri appena arrivati, un po’ in auto e per il resto a piedi. Ed è stato un bene, perchè strada facendo ci siamo resi conto di quello che ci sarebbe aspettato. Tanti organizzatori avrebbero da imparare da questa piccola manifestazione silenziosa e senza pretese. Basta poco per rendere una semplice corsa una grande gara. Basta esaltarla con quello che una piccola città come Montepulciano ha da darle: salite, storia, panorami, architettura. E tanta voglia di correre.

Siamo andati un po’ alla cieca, ma quando avevamo visto che la nostra data di passaggio sarebbe coincisa con la domenica di gara, non abbiamo avuto altra scelta che fissare la data e iscriverci. Avevamo anche capito che la partecipazione sarebbe stata buona essendo tappa di un circuito della zona. E infatti al via eravamo poco meno di quattrocento. Giornata di sole, preceduta da un fortissimo temporale estivo in serata. Risultato, umidità e afa. Ma evidentemente le corse delle ultime settimane hanno temprato il fisico anche a correre col caldo, perchè alla partenza non ci sono stati sconti per nessuno.

Per puro caso avevamo sentito voci di spogliatoio parlare del percorso. Quindi, senza conoscerlo totalmente, sapevamo che avrebbe avuto una parte di sterrato iniziale e che sarebbe passata anche per il centro storico. Fino in Piazza Grande. E’ difficile trovare manifestazioni podistiche, soprattutto in località turistiche, che sconfinino in zona di attrazione. Di solito i pazzi che corrono a piedi vengono relegati nelle campagne attorno alla città dove non danno fastidio a nessuno. O quasi. Ma non a Montepulciano. Il che, sapevamo, sarebbe coinciso con un buon dislivello positivo e con strappi di tutto rispetto, per di più su lastroni e non su asfalto. Una gara da prendere con le pinze, soprattutto per degli stranieri come noi. E infatti al via, già nel mezzo giro di pista per lanciarci verso la campagna i motori non sono stati spremuti al massimo. Solo i primi tre, irraggiungibili, hanno preso quasi subito i largo come se salite e discese non ci fossero.

Conoscendo un po’ le dinamiche di certe gare, ho lasciato sfogare quelli che hanno pensato subito (male) di premere il piede sull’acceleratore. Passo buono, ma non massimale. Ho controllato le posizioni (intorno alla tredicesima dopo il primo chilometro), recuperando i primi tre o quattro che già al terzo chilometro avevano dato troppo. Tutti ragazzi giovani, inesperti, vogliosi di arrivare. Ma anche se una gara di 9 Km è da considerarsi breve, in certe condizioni è meglio prendere qualche piccola precauzione. I primi tre chilometri hanno girato attorno al monte sui cui Montepulciano è arroccata, tutto in sterrato. Sali-scendi continui in mezzo a rovi e alberi, che hanno avuto però il pregio di tenerci all’ombra dai trenta gradi del sole. E l’ultima salita prima di arrivare lungo il viale alberato che porta verso la Chiesa di San Biagio ha fatto le prime vittime. Siamo rimasti in tre, vicini, leggermente allungati. Io in coda a giocarci le posizioni attorno alla decima. Dietro e davanti due vuoti difficilmente colmabili.

Io ho lasciato fare il passo ai miei avversari, rimanendo arretrato di una decina di metri che sono aumentati poco alla volta mentre completavamo il giro attorno le mura naturali del paese. Non ho mai controllato il passo, anche perchè con l’irregolarità del terreno non avrebbe avuto senso. Solo sensazioni. Ritmo facile sia in salita che in discesa, con la sola variazione dell’ampiezza della falcata. Il caldo, soprattutto nei passaggi al sole si è fatto sentire. Ma distrarre la testa ammirando il panorama sulle colline senesi prima e sulla storia medioevale poi, ha dato il suo beneficio. Una delle cose che mi ha lasciato abbastanza perplesso è stata la poca presenza di turisti lungo tutto il percorso, nonostante non fosse mattino presto. Ma evidentemente, a parte qualche straniero, la zona non è meta per pellegrinaggi estivi. Meglio, perchè il centro storico è stato tutto per noi.

Poco prima del passaggio sotto la porta della città, a circa metà del percorso, sfruttando la fatica in salita di uno dei due ragazzi che mi stavano precedendo ho provato ad attaccare. Aver risparmiato un po’ di energie mi ha dato vigore a gambe e testa. Ma con la posizione guadaganata è iniziato poi anche il vero calvario. La salita fino in Piazza Grande. Tutta lungo il corso principale che attraversa la città, alternando salite scivolose e sconnesse, con salite ancora più sconnesse e ripide. Ma una gioia per gli occhi. Anche per il cuore. Essere immersi in una corsa dentro ad uno dei borghi medioevali più belli d’Italia. Una via di mezzo tra una San Gimignano e una Pienza. Un alternarsi di stati d’animo, tra la fatica e il fiato corto e il sorriso ebete di chi vorrebbe che quella salita non finisse mai. Un misto tra un trans-agonistico e una sindrome di Stendhal. Fortuna vuole che chi mi stava precedendo non fosse troppo avanti e riuscissi a seguirlo a distanza e che ad ogni incrocio o bivio ci fosse qualcun dell’organizzazione pronto a segnalare dove svoltare. Ma l’inizio della discesa mi ha riportato subito alla realtà.

Le gambe, cariche di acido lattico, nei primi metri mi sono sembrate rigide e statiche. Ci è voluto qualche secondo prima che si risvegliassero dal torpore della contnua spinta. O forse è stato il rumore dei passi in rimonta alle spalle che mi hanno fatto reagire. Ci siamo buttati a testa bassa lungo i vicoli che attraversano la città alta. Ombra e fresco. E piedi instabili. Rimanere in equilibrio non è stato facile. Ma passare lungo certe strade mi ha ricordato tantissimo le corse di Bergamo Alta, dove si sente il profumo della pietra, dell’umido, dell’aria sempre fresca. Dove la strada è lucida e le buche tra lastroni e pavè sono la normalità data dalla storia. Siamo scesi, correndo lungo le mura, col passo che ha echeggiato all’unisono tra le vie fino a quando non siamo arrivati sull’asfalto dell’ultimo chilometro. E le mie gambe non hanno saputo fare più del mio avversario, che alle spalle ha recuperato la posizione persa prima di ientrare in città. Mi sono accodato per qualche metro, ma perdendo semre più terreno. Ho provato a spingere ancora un po’ per mantenere la distanza e provare il tutto per tutto appena arrivati in pista per gli ultimi trecento metri, ma neanche il tartan è stato più amico. Non è bastato portare il passo finale fino ai 3 min/km. E il tempo si è bloccato a 37′ 47″. Alto o basso non è dato saperlo. E’ un percorso senza paragoni. Senza eguali. Ma è valso comunque il 1° posto di categoria SM40 e la 10° posizione assoluta. Meglio forse non avrei potuto chiedere e forse non me lo sarei quasi nemmeo aspettato, visto il carico delle ultime settimane. Chiara è arrivata qualche minuto più dietro, accaparrandosi a sua volta il 1° posto di categoria SF35 e la 4° posizione assoluta tra le donne. Il #runningsummertour non poteva iniziare in un modo migliore.

Vorrei lasciare un’ultima riflessione sull’organizzazione della gara. A parer mio impeccabile. Un costo irrisorio per quanto offertoci e uno spettacolo unico dal primo all’ultimo metro di corsa. Dimostrazione che quando qualcuno ci mette la passione e la voglia, le manifestazioni possono diventare qualcosa di unico. Accoglienza, organizzazione, percorso, premiazioni. Tutto come nelle migliori feste. Ci sono grandi e ben più importanti manifestazioni che avrebbero molto da imparare. Meditate gente. Meditate (cit.). E magari ogni tanto allungate lo sguardo anche nel giardino del vicino. Potrebbe esserci qualcosa da imparare. Fosse anche solo correre.

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